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IN AZIONE

Mobilità alunni
Una Francia attesa e vissuta


Il racconto di una partecipazione alla mobilità individuale alunni (MIA) nell’ambito dell’ormai rinomato progetto Comenius, a livello europeo, della durata di tre mesi circa, dall’8 gennaio al 5 aprile 2012 - con l’espressa speranza di un forfait improvviso dell’aereo di ritorno e il prolungamento del soggiorno! - nella località di Serris-Val d’Europe (Parigi, Francia).
 
fotolavoro.jpgQuanto spesso immaginiamo di avventurarci in un qualche dove lontano da casa, anche solo per assaporare istantaneamente quel rigenerante senso di indipendenza che ciò può suscitare? E ancora, quanto spesso lo facciamo con la persona che vorremmo compagna in tale avventura, complice in quei piani i quali tutt’altro che faticosamente si fanno strada nella nostra testa e che esageratamente ci allettano, tanto sembrano realistici e paradossalmente inafferrabili? Perché -si sa- l’attesa, il desiderio o l’agonia, la brama o la paura di una cosa sono, ognuno per sé o in affannoso avvicendamento, ciò che rendono la cosa stessa così speciale: tante volte si sente dire che la bellezza di un viaggio non sta nel raggiungimento della destinazione ma nel viaggio stesso… o qualcosa di simile. Ebbene, sicuramente questo ha la sua buona dose di verità, ma una volta arrivati a destinazione -perché prima o poi ci si arriva- come comportarsi?

Esperienza personale: partecipazione alla mobilità individuale alunni (MIA) nell’ambito dell’ormai rinomato progetto Comenius, a livello europeo, della durata di tre mesi circa, dall’8 gennaio al 5 aprile 2012 (con l’espressa speranza di un forfait improvviso dell’aereo di ritorno e il prolungamento del soggiorno!) nella località di Serris-Val d’Europe (Parigi, Francia). Il liceo classico e delle scienze umane “Cagnazzi” di Altamura (Bari) ha magnificamente offerto tale possibilità a nove studenti dell’istituto frequentanti terzo e quarto anno. Ecco allora che mi sono ritrovato, così come i miei otto “complici”, durante le feste natalizie, ad affrontare quell’attesa, sentita struggente, sofferta fino all’ultimo istante prima di riabbracciare i nostri corrispondenti d’oltralpe (che avevano già trascorso il loro soggiorno da settembre a dicembre 2011).
fotogruppokorea.jpgNon sto qui a dilungarmi inutilmente in elaborate e spesso mal riuscite descrizioni di stati d’animo che in breve si possono immaginare e cogliere, ma è doveroso sottolineare ciò: non farlo non vuol dire affatto svalutarli, anzi al contrario diventa un modo per affermare la loro unicità -piuttosto paradossale dato che, per quanto possano corrispondere a svariate situazioni, in ognuna di queste i singoli dettagli li rendono appunto  singolari- e non cadere al tempo stesso in un esasperato e vano sentimentalismo.
Comunque, fondamentale la preparazione, con tutti gli eventuali annessi e connessi -il fatto di non dover rientrare a scuola dopo le feste natalizie non è stato sinonimo di “dolce far nulla”-, altrettanto rilevante è stato l’arrivo: navetta-volo-navetta. Destinazione: Serris-Val d’Europe (Parigi, Francia);
numero 1: quei ragazzi ormai parte delle nostre famiglie;
numero 2: le nuove famiglie e le loro abitazioni; la scuola.
Obiettivo principale: la convivenza.
All’apparenza ovvio, quello che io chiamo “obiettivo principale”, quella convivenza che innegabilmente si affronta in qualsiasi rapporto umano in maniera più o meno profonda e radicale, si carica di una serie di fattori e significati che ne rendono più complesse le dinamiche: entrano in gioco in primis la diversa mentalità, quindi lo stile e il tenore di vita che ne determinano le possibilità; ancora, il carattere, che cambia di soggetto in soggetto, la serietà, il grado di maturità, primario per vivere i diversi momenti, dalla connivenza all’incomprensione e così via per ogni eventuale sfumatura collettiva e personale.

fotogruppo.jpgGià! Effettivamente, però, non sempre tutto si è svolto all’insegna dell’accordo e della complicità. Alquanto inaspettato -mi preme evidenziare- l’atteggiamento ai limiti della “freddezza” che si è tenuto talvolta; le rose e i fiori (che, tradotti nel concreto, hanno sorpreso le ragazze italiane -e solo quelle- l’8 marzo) non hanno caratterizzato tutto il rapporto con il parente francese dall’altro lato. La parola-chiave che per lo più ha regolato tale convivenza è stata proprio “incomprensione”: donde equivoci, fraintendimenti, scontri… con una sottile impressione di volontarietà a volte.
È inevitabile: prima di tutto perché si tratta non di tre giorni, non di qualche settimana, ma di tre mesi, periodo che richiede una regolazione degli spazi e delle esigenze personali, ma che non è certo sufficiente per effettuarla. In secondo luogo perché si tratta di un “gruppo Comenius” abbastanza vasto, in tutto diciassette elementi, diciassette diverse personalità: all’interno di questo, due “sottogruppi” uniti da uno spirito patriottico che riemerge “stranamente” in occasioni del genere e che tende a difendere i differenti interessi.
Quante promesse di svago e divertimento, di allettanti possibilità di scoprire il nuovo all’insegna dello “stare insieme”, di un collettivo unito, vengono pronunciate alla presentazione di progetti simili? Quanto viene propagandata l’instaurazione di un confronto tra culture diverse come stimolo di una crescita ulteriore? Ma d’altra parte quanti di coloro che sono stati protagonisti di simili esperienze possono veramente sostenere di aver visto realizzarsi tutto ciò?
Dunque: se escludiamo il concetto di “collettivo unito” (il quale, se inteso nell’accezione comune -soprattutto giovanile- è errato), scommetto che la risposta è “tutti”.
Non è possibile voler unire un collettivo quando questo è un gruppo di giovani nel bel mezzo del loro articolato processo di crescita. In tal caso, tale tentativo equivarrebbe ad un’omologazione del gruppo. È ammesso invece un compromesso di personalità: le varie idee e punti di vista possono e devono venirsi incontro, rapportarsi e ancora una volta confrontarsi. Ecco l’unità a cui ci si deve riferire e che si può perseguire. Oltre questa, si cadrebbe in un duro freno per la crescita, a meno che a voler andare oltre siano proprio le parti in questione. Io stesso mi sono spesso trovato allo scontro causato da quel forzato “andare oltre”.

Titolo.jpgCiononostante, tutti, ogni singolo mobilitato all’estero, ogni corrispondente ha vissuto ciò che di solito viene promesso: ognuno ne ha potuto godere. Parliamo dapprima di qualcosa di tutt’altro che programmato, naturale, che si presenta come parte della quotidianità e che è appunto concretamente vissuto.
In seguito, si tratta di una cosa di cui si può veramente godere: ciò che ho verificato è proprio che questo convivere col diverso, questo apprezzarlo, si traduce sicuramente nel rispetto (non per forza accettazione) delle prospettive altrui; ma il semplice fare ciò, ovvero vivere il diverso, è ancor più motivo di benessere; imparare a guardarlo e ad interagirci è segno tangibile di crescita: rendersene conto è coronazione del processo. Ora, questo “diverso” dov’è? Per quanto a casa ci si può imbattere in punti di vista e ideologie anche agli antipodi delle proprie, quello che resta per lo più uguale è il modo, le dinamiche di esporle, argomentarle, difenderle e cosi via nell’ambito dell’incontro-scontro. Proprio il modo, difatti, viene purtroppo spesso sottovalutato. Il motivo: per pensarci hai bisogno di toccarlo con mano. È la maniera di intendersi o meno, di comprendersi e non, che cambia. Differisce allora la reazione, appunto perché non ci si aspetta l’azione che è il modo.
Ho passato parecchio per capirlo in realtà. Ed è stato “grazie” alle innumerevoli incomprensioni in fondo. Alla fine, però, noi l’incomprensione l’abbiamo sempre superata.
Io sento di poter sostenere che la promessa è stata mantenuta.
Con la speranza che la convivenza continui.


di Michele Paterno - Alunno Liceo Classico e delle Scienze Umane “Cagnazzi” di Altamura (Bari)

Leggi l'articolo della Docente responsabile del progetto; Professoressa Clara De Mari.