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IN AZIONE

Grundtvig
“Veniamo da lontano”


Straordinarie novità in questo partenariato Grundtvig. A venire da lontano sono gli emigranti che popolano sempre più le carceri europee, che i partner sono riusciti a mettere in rete attraverso il teatro. Nell’anno del cittadino europeo: tutti cittadini
 
czr_2.jpgÈ possibile trovare un detenuto, il direttore del suo carcere e  alcuni teatranti italiani a viaggiare nel medesimo aereo, e trovarsi poi attorno allo stesso tavolo nel Municipio di una importante città tedesca insieme al sindaco, a direttori e detenuti di altre prigioni europee?
Lo è. A renderlo possibile il programma LLP: un Partenariato di Apprendimento  Grundtvig che mette insieme formatori e discenti di carceri e persone impegnate nel Terzo Settore di Germania, Ungheria, Spagna e Italia, con il monitoraggio solerte dei ricercatori dell’Università di Liegi.

Teatro_nucleo.jpgQuale coordinatore, il Teatro Nucleo si è impegnato a realizzare un sogno: che a beneficiare del programma fossero direttamente i detenuti anche per quel che riguarda la mobilità vera e propria. È stato necessario vincere molte difficoltà giuridiche e burocratiche, perché ogni Paese ha una propria politica penitenziaria, un proprio modo di concepire e realizzare l’esecuzione della pena. Quando un ex-detenuto (un emigrante, per giunta) può mettere piede in un altro carcere europeo e non come recluso bensì come portatore di esperienza di cambiamento, come testimone attivo di tale cambiamento, ecco, in quel momento si è fatto un nuovo e grande passo verso la cittadinanza  europea estesa agli ultimi.

Il lavoro teatrale è stato al tempo stesso risultato e strategia per questo importante processo.
Il laboratorio teatrale della Casa Circondariale di Ferrara è stato insignito nel 2012 dalla medaglia-premio di rappresentanza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lì è nato “Il mio vicino”, uno spettacolo realizzato da Horacio Czertok come attore, autore e regista, Moncef Aissa (ex-detenuto) attore, Andrea Amaducci musicista e Dora Fanelli, dell’Associazione Alpha Centauri, alla produzione, ufficio stampa e ai rapporti carcere-città.

Come è nato lo spettacolo?
czr_4.jpgQuando mi chiedono perché faccio teatro in carcere mi capita di rispondere: le persone detenute prima o poi usciranno. E verranno ad abitare nei nostri quartieri. Come vogliamo che siano i nostri vicini di casa? Con il teatro è possibile creare processi di consapevolezza, di sviluppo personale, dell’autostima, il che contribuirà a farne migliori vicini di casa.
Mi sembrava una buona immagine.

Un giorno esco da casa mia e mi trovo davanti, in bicicletta, Moncef, un mio attore-detenuto. Scherzando gli chiedo se è scappato di prigione e lui mi risponde di no, che ora è libero. E io: ‘ma cosa ci fai proprio qui, in su la via?’ E lui: ‘ah, io qui ci abito’. A trenta metri da casa mia!.
Da questo incontro nasce una sceneggiatura che viene inserita nel laboratorio. Ne facciamo uno spettacolo che diventa una delle strategie di lavoro nel corso del partenariato. Viene adattato per essere dato in lingua tedesca, spagnola e francese. Ogni partner ha ospitato lo spettacolo nell’ambito della propria programmazione.
In Germania, ha integrato un programma con uno spettacolo prodotto con detenuti del locale carcere, ed è stato possibile un confronto e un dibattito tra detenuti, operatori e personale delle carceri.
In Spagna è stata coinvolta l’Università di Oviedo e il laboratorio teatrale del carcere di Vilabona, nel quale si sperimenta un nuovo modo di gestione della convivenza e della pena.
In Belgio infine lo spettacolo è stato dato nel carcere di Liegi, per un pubblico insieme di detenuti, operatori e studenti, a conclusione di una giornata di dibattito e diffusione presso l’Università di Liegi dove l’ex-detenuto Moncef Aissa ha partecipato in qualità di esperto.

czr_6.jpgUna idea rivoluzionaria: il detenuto ha molte cose da insegnare.
Nel nostro partenariato è stata messa in evidenza, e organizzata, questa funzione maieutica del detenuto nei confronti della società che ha offeso e alla quale può restituire valori. Il carcere è un laboratorio di convivenza e di relazioni tra culture diverse, che fuori tendono a vivere separate, e l’una all’altra ostili. Dentro, invece, si deve convivere. Il laboratorio teatrale è il luogo giusto dove queste relazioni si creano, si confrontano, dove queste culture davvero si mixano, oltre la retorica pelosa e opportunistica. 

Dal diario di lavoro del laboratorio riportiamo queste righe:
In questi giorni si sta provando una nuova canzone. L’ha proposta con una certa urgenza uno del Montenegro, vuole che la si canti, un serbo che è il nostro bassista si è fatto avanti con la proposta perché l’altro –un pezzo d’uomo coi baffoni e uno sguardo nero e forte-  è troppo timido. Alberto, detenuto locale e nostro direttore musicale, accetta di trascriverla per la chitarra. L’urgenza del montenegrino ci ha contagiato tutti: la canzone dev’essere cantata. Mentre provano gli accordi me la faccio tradurre: il cantante chiede alla ragazza di non innamorarsi di lui, che è un poco di buono, lei merita di meglio, lui le vuole bene, in un altro mondo forse potrebbero amarsi ma in questo no. La cosa ci emoziona parecchio. Alla fine all’ora dell’ora si scopre che il montenegrino non ha ne voce ne intonazione, è una maledetta frana. Siamo in grosse difficoltà. La canzone dev’essere cantata e si avvicina la fine dell’incontro. A quel punto si fa avanti un nigeriano che è anche lui da poco tra noi e ha una voce fantastica, dice “la faccio io”. La canta leggendo dal pezzettino di carta dov’è stata scritta, ed è bellissima, tutti sorridiamo e siamo felici perché la canzone è stata cantata.
Ho imparato una cosa nuova, oltre a questa rapida vera ed efficace solidarietà umana dalla quale tanti avremmo molto da imparare, ho imparato che c’è una urgenza nel canto, che certi moti dello spirito che hanno bisogno di venir fuori possono farlo solo con una canzone, che deve essere cantata. Non per farsi belli, perché qualcuno ascolti, per vendere dischi. Attraverso quel canto è l’umanità intera che canta, quella voce che canta con totale trasporto parole che non capisce appoggiato agli accordi degli altri uomini esce dai finestrucoli sbarrati e sale alta in cielo, è la scala della nostra libertà e lo è davvero, non è affatto retorica. Siamo tutti uniti in quel canto, noi e i detenuti e gli agenti penitenziari.

 
Le canzoni create con i detenuti circolano nelle carceri dei nostri partner. Quando non possono farlo i detenuti, lo fanno le loro voci.

czr_1.jpgAltro risultato di grande rilievo, del nostro partenariato: quella di essere luogo di formazione per operatori di teatro-carcere europei. All’inizio, non vi era questo tipo di attività in Ungheria. Uno studente dell’Università di Pécs venne in Erasmus a fare un tirocinio qui da noi, un anno nel nostro carcere. Con quello che imparò propose un laboratorio nel carcere della sua città e, da allora, l’attività divenne stabile, grazie anche al supporto del Programma Grundtvig. Difficile immaginare un risultato migliore come esempio di buona pratica. Con un investimento economico davvero contenuto, si è riusciti non solamente a formare un operatore negli ambiti metodologici e operativi. Lo si è anche supportato e monitorato nella difficile missione di creare un laboratorio teatrale, in un sistema carcerario ancora molto indietro in ciò che riguarda l’applicazione dei diritti dei detenuti secondo la Carta europea.

czr_3.jpgIl teatro non può esistere se non si creano le condizioni adatte, di relativa libertà nei comportamenti e nelle relazioni. I  risultati investono non solo il carcere bensì la società civile, se ne parla nei media, si aprono dibattiti. Si tratta di una piccola azione, che con la leva teatrale produce grossi risultati. Il carcere ungherese, la città di Pécs e i media si aprono non solo al laboratorio così creato, ma anche alle varie presenze dei partner europei, i quali con le loro pratiche aprono momenti di sfida e confronto, nel momento stesso in cui con la sola loro presenza –e l’ombra materna dell’Europa nel progetto Grundtvig- danno spessore e autorevolezza al partner locale. Il ciclo si chiude ancora, quando nel nuovo partenariato il partner ungherese è didatta di quello spagnolo, il quale se pur molto professionale nell’ambito strettamente teatrale manca dell’esperienza necessaria per agire in prigione: l’allievo diventa maestro. E così facendo non solo compie una funzione formativa essenziale, in un ambito nel quale mancano completamente luoghi di formazione ufficiali, ma è portato anche ad un ripensamento e ad una riflessione sulla propria esperienza, arricchendosi ulteriormente.

Guarda il video dello spettacolo



Infine, ma non meno importante, il lavoro dei ricercatori specializzati dell’Università di Liegi, il nostro partner belga. Un’attività come quella del teatro in carcere, relativamente giovane, deve crearsi sistemi di valutazione adeguati. Tanti sono i livelli in cui ci si trova ad agire. Quello specificatamente metodologico e poetico. Quel che riguarda il tipo di relazione con il personale carcerario, con gli educatori, con la polizia penitenziaria, il rapporto con la società civile, con il terzo settore, con i cittadini.
Il teatro compie funzioni maieutiche, didattiche, poetiche. Un arte sociale. Ogni situazione, ogni teatro-carcere si è creato propri sistemi valutativi, ma era fondamentale trovarne qualcuno all’esterno, qualcuno di comprovata capacità scientifica e completamente neutrale. Ecco la funzione del partner belga, che ha visitato e lavorato presso ciascuno dei nostri laboratori, e si trova ora nell’arduo momento della costruzione dell’elaborato, che metterà a disposizione non solamente del partenariato, bensì di tutti coloro che ne possano trarre beneficio.

Horacio Czertok
Teatro Nucleo, Ferrara

editing VR